Giuseppe FavaOggi ricorre il trentaduesimo anniversario della morte di Giuseppe Fava. Catania ricorda il tragico avvenimento con una serie di manifestazioni.

Quest’anno a porre fiori sotto la lapide che ricorda l’omicidio del giornalista e scrittore non ci sarà la figlia Elena, presidente della Fondazione dedicata al padre, scomparsa solo proprio pochi giorni fa. Anche lei era una donna dolce e forte, come quelle disegnate spesso da Fava nei suoi scritti.

Non solo giornalista, Giuseppe Fava è stato infatti anche “valido romanziere, saggista puntuale, fertile drammaturgo, attualissimo sceneggiatore e sorprendente pittore”. Così scrive la studiosa Marzia Finocchiaro nel risvolto di copertina degli atti della giornata di studi dedicati a Giuseppe Fava il 13 maggio del 2002, “La maestra e il diavolo”, di cui è stata curatrice.

Con quella giornata di studi, dopo 18 anni dalla morte di Fava, l’Università di Catania si avviava “a colmare un ritardo” della ‘istituzione’ università nei confronti di un intellettuale poliedrico, ma anche scomodo, che costringeva a confrontarsi con la contemporaneità.

Lo scrive nella quarta di copertina Antonio Pioletti, allora preside della facoltà di Lingue e letterature straniere, che organizzò il convegno insieme alla Fondazione Fava e a all’Imes, Istituto meridionale di storia e scienze sociali.

“Riparare i guasti” di questa mancanza di attenzione e di approfondimento sull’opera di Fava -scrive ancora Pioletti – “richiederà ben altra lena”. Una lena che, dobbiamo riconoscerlo, non c’è stata.

Fu Mariella Lo Giudice a leggere, nel corso di quel convegno, lo stralcio di un’opera di Fava, il monologo della vedova Rosalia Savoca, tratto da “La violenza”, un testo che acquistò -dopo la morte dello scrittore- un valore quasi profetico, come Argo ha già scritto riproponendo parte dello spettacolo realizzato nel 2010 dalla compagnia calabrese Carro di Tespi.

Oggi trascriviamo alcune battute del monologo, in cui l’autore esprime tutta la forza del sentimento di una madre a cui è stato strappato l’unico figlio.

“Io mi chiamo Rosalia Savoca, sono la madre di Venero Alicata, assassinato a tradimento la sera del 18 ottobre. Voi non potete immaginare che uomo era mio figlio, il coraggio che aveva… per questo lo uccisero a tradimento… […]  Mio figlio era sicuro che lo avrebbero ucciso! Egli però continuava a lottare.

Una sera egli aveva fatto un comizio in un paese, e quella stessa sera, all’uscita del paese, alcuni uomini bendati gli rovesciarono la macchina, poi cominciarono a picchiarlo, gli spezzarono un braccio…[…] Sei giorni prima di essere ucciso mio figlio lo sapeva, lo sapeva!

Alle tre di notte tornò e mi disse che tre uomini gli avevano puntato contro la pistola e lo avevano fatto salire su una macchina. C’erano Luciano Verzi, Carmelo Licitra e Amedeo Barresi […] il quale gli offrì del denaro…. Gli disse: stupido perchè ti accanisci contro di me? Io posso darti tutto il denaro che vuoi…!

E mentre mio figlio quella notte mi raccontava quelle cose sorrideva, ma era pallido come un morto… da qualche tempo era malato, non dormiva più la notte. Io capivo che aveva paura, questa era la cosa atroce… e io non potevo aiutarlo, voi non lo potete capire… io era una vecchia contadina analfabeta ed egli era un maestro, quando faceva un comizio c’erano almeno diecimila persone… ed io non potevo fare più niente per lui, questo è il mio dolore, … io ero sua madre e lo feci andare a morire… la sera quando i carabinieri vennero a dirmi che era stato ucciso, non volevano che io lo vedessi com’era…

E come potete impedire a Rosalia Alicata di vedere suo figlio? Stava in mezzo alla strada, con le braccia aperte, la faccia, il petto tutti coperti di sangue… Aahhh! […] Amedeo Barresi. io ti vorrei vedere morto così … […] Ogni giorno così davanti ai miei occhi… [..]

Voglio vedere qui sua madre e vedere come piange. Signori giudici, voi dovete fare giustizia.. Ma voi lo sapete che vuol dire per una donna avere un figlio? Tutto il piacere tutto il dolore messi lì dentro. Quando è piccolo una se lo vorrebbe mettere dentro il ventre per tenerlo più caldo, tenerlo al riparo… E invece lo vede crescere e diventare uomo, non possiede niente altro nella vita che quell’unico figlio […]

Voi siete bravi con le parole … perchè io sono una contadina ignorante ma io non ritiro una sola parola, dovete inchiodarmi prima dentro una bara… Sono venuti fino a casa mia ad offrirmi cinque milioni  […] cimque milioni tutti pieni di sangue…

Ma che uomo siete voi signor Procuratore, seduto là con quel mantello nero a rappresentare la giustizia, se poi impedite di dire la verità…?

Tutti quelli che vengono qui hanno paura… ma lo avete sentiti che dicono… li avete sentiti i discorsi che fecero al funerale di mio figlio? quelli stessi che lo avevano fatto uccidere… E questa voi la chiamate umanità. Questa è una recita.. li avete guardati bene negli occhi… questi uomini sono? Pagliacci dal primo fino all’ultimo.. i poliziotti che da vivo denunciavano mio figlio … i deputati che poi seguivano il suo funerale… gli avvocati pagati perdimostrare il falso […]

Mi dovete fare parlare. ..Mio figlio lo uccisero perchè si era ribellato… lottava anche per voi ma era solo…Mio figlio stava gettato in mezzo alla strada con la giacca stracciata,  tutto il petto coperto di sangue… e io non volevo capire che era morto… mio figlio era morto per sempre… non me lo fecero nemmeno toccare, gli volevo solo lavare gli occhi e la bocca… mi tirarono anche per i capelli per trascinarmi via… Ma allora quanto vale la vita di un uomo in questo paese…?

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