L’evento meteorologico che ha interessato in questi giorni Catania è stato tale da indurre i media nazionali ad interessarsene. Si è trattato di un ciclone mediterraneo, detto Medicane dalla fusione dei termini Mediterraneum e hurricane, che segnala l’estensione di eventi tipici delle aree tropicali ad aree non tropicali.

Il programma radiofonico ‘Tutta la città ne parla’ di Rai Radio 3 ha trattato, con alcuni esperti, il tema del rapporto tra questo evento e i cambiamenti climatici, allargando il discorso alle grandi questioni della crescita economica e della sostenibiltà ambientale.

Come ha spiegato il climatologo Giovanni Coppini, i cicloni si alimentano con la temperatura del mare: il fatto che si vada verso un aumento crescente di questa temperatura e verso un innalzamento del livello delle acque fa prevedere un aumento dell’intensità e della frequenza di questi eventi.

L’innalzamento previsto delle temperature del globo si aggira oggi intorno ai tre gradi. Sembra ci sia un miglioramento rispetto alle previsioni precedenti, che valutavano un aumento di ben quattro gradi. Ma Carlo Carraro, docente di economia a Venezia e vicepresidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha spiegato, in trasmissione che tre gradi sono comunqe troppi rispetto al grado e mezzo, massimo due gradi, che permetterebbe ai nostri ecosistemi di sopravvicere.

In caso contrario dobbiamo aspettarci cambiamenti molto bruschi e molto penalizzanti anche da un punto di vista economico. Ecco perché dobbiamo ripensare il nostro modello economico, e farlo in fretta, contribuendo con un cambiamento, anche individuale, dei nostri stili di vita.

Un’impostazione molto ampia del problema, ma è mancata un’analisi della situazione particolare di Catania, a cui hanno fatto riferimento due telefonate di ascoltatori catanesi che hanno riportato l’attenzione sulle caratteristiche del territorio catanese, dalla presenza delle acque sotterranee al confluire – nel nostro sistema viario – delle acque provenienti dai paesi etnei.

Ma c’è di più. Il confluire in città delle acque provenienti dalla zona pedemontana è un fenomeno che si è aggravato nel tempo a causa della crescente urbanizzazione dei centri abitati etnei, con conseguente cementificazione e impermeabilizzazione di vaste superfici di suolo che una volta erano campi coltivati e boschi in grado di assorbire le piogge.

Sono state fatte scelte poco lungimiranti da parte delle amministrazioni, ma anche dei cittadini che queste amministrazioni hanno votato, penalizzando talora partiti e candidati meno propensi a concedere facili licenze edilizie.

Medicane a Catania - fonte AmenanoAnche a Catania sono state fatte, a partire dagli anni Cinquanta, scelte quanto meno miopi, che hanno avuto conseguenze disastrose.

Sono state, innanzi tutto, ignorate le leggi, sia nazionali che regionali, che consentono la costruzione di nuovi edifici soltanto se nella zona esistono le urbanizzazioni primarie essenziali: rete viaria, idrica e fognante.

Questo sia nelle zone di espansione urbana non ancora urbanizzate (zone omogenee C), sia nelle zone della città già parzialmente edificate (nelle zone omogenee B).

Anche nella nuova legge urbanistica regionale del’agosto 2020, nonostante alcuni cambiamenti normativi, ci sono norme complesse e articolate che mirano comunque a migliorare la dotazione di infrastrutture primarie.

Queste norme sono state volutamente ignorate da tutte le amministrazioni succedutesi dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, che sono state spesso complici di una speculazione selvaggia o, nel migliore dei casi, hanno pensato di non dovere intralciare un’attività edilizia ritenuta ‘motore di sviluppo’.

In un clima in cui gli unici obiettivi perseguiti da costruttori e speculatori sono stati la valorizzazione dei terreni e la speculazione edilizia, le reti fognarie sono state costantemente considerate un optional superfluo: per le acque nere si rimediava con fosse settiche e pozzi perdenti, mentre nulla è stato previsto per le acque piovane.

A questi comportamenti irresponsabili si sono aggiunte alcune modifiche legislative che favoriscono la realizzazione di complessi edilizi residenziali anche in zone che lo strumento urbanistico destina ad attività agricole.

La legge regionale n. 22 del 1996 (c.d. legge Fleres), all’articolo 25, consente (quando non vi siano più aree disponibili nelle zone di edilizia residenziale pubblica) di realizzare interventi costruttivi in regime di edilizia convenzionata in zone destinate a verde agricolo purchè contigue ad insediamenti abitativi esistenti.

Utilizzando questa norma di legge, sono stati realizzati negli ultimi venti anni, sia in città sia nei comuni collinari dell’hinterland, diverse migliaia di alloggi che hanno sovraccaricato l’organismo urbano ed aggravato le condizioni di impermeabilizzazione dei suoli. Delle urbanizzazioni primarie (fra cui la rete fognaria), nessuno si è mai interessato.

Anche la realizzazione di opere pubbliche ha dato il suo contributo al disastro. Il Regolamento edilizio comunale del 2014 affronta, correttamente, il problema della permeabilità dei suoli e – ad esempio – prescrive, per parcheggi e verde pubblico, che le superfici siano trattate in modo da garantire elevati livelli di permeabilità.

Purtroppo, la stessa Amministrazione ignora sistematicamente tali prescrizioni, come dimostrano il caso del parcheggio costruito da Italferr accanto alla nuova stazione Ognina sulla linea Messina-Catania, i progetti di tre futuri parcheggi scambiatori (via R. Sanzio, via Narciso, via Acicastello), redatti dagli uffici comunali (link) e gli spazi di verde pubblico realizzati di recente nell’ambito delle operazioni di completamento del corso Martiri della Libertà.

Una quasi completa impermeabilizzazione del suolo viene proposta anche nel bando relativo ai nuovi Uffici Giudiziari di viale Africa, ed è stata accettata nel progetto, in cui i cantinati, adibiti a parcheggio, si estendono per la quasi totalità della superficie.

Non basta, quindi, lamentare la mancanza di una corretta, continua ed efficace manutenzione dei canali, o ricordare che Catania si è dotata di un importante canale di gronda che dovrebbe convogliare in zona scogliera le acque piovane pedemontane, ma che non funziona perché non sono stati realizzati – dai rispettivi comuni – i ‘pettini’ di collegamento.

Non basta ricordare che c’è ancora il progetto non completato di un Collettore per raccogliere le acque nella zona Ovest di Catania, o che bisogna sciogliere il nodo del Forcile e del contiguo villaggio di Santa Maria Goretti, come abbiamo letto in questi giorni.

Il problema centrale resta quello della mancanza di interesse per il bene comune da parte di chi amministra oggi la città e di chi l’ha amministrata in passato, da decenni. Ma anche quello della acquiescenza dei cittadini che li hanno votati, senza mai esercitare alcun controllo sul loro operato.

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2 Responses to “Catania, la politica e i disastri “naturali””

  1. Come Lipu abbiamo promosso e proposto la decementificazione, la deimpermeabilizzazione, l’impianto di alberi nei parcheggi. Non sembra però che lamministrazione si sia dimostrata interessata.
    Abbiamo segnalato limpermeabilizzazione delle aree attorno all’aeroporto dove si continuano a realizzare parcheggi con pavimentazione impermeabile. Riprenderemo le segnalazioni e la lotta.

  2. Antonino De Cristofaro
    October 29th, 2021 at 21:26

    Di seguito le considerazioni di Giovanni Bronzino, pubblicate su Facebook.
    Non solo tocca constatare per l’ennesima volta che di pioggia a Catania si può morire o soffrire pesantemente, ma per giunta tocca pure leggere lo squallore delle dichiarazioni di Pogliese e di Bianco. Il primo che mette le mani avanti sostenendo che quanto avvenuto non sia mai successo prima. Il secondo ponendosi come generoso salvatore della patria pronto a offrire il suo aiuto al sindaco al di là delle diverse visioni politiche. Entrambi però per i loro ruoli politici presenti e passati sono storicamente responsabili di aver perpetuato uno stato di cose che risale a decenni e decenni fa. Che la via Etnea con la pioggia forte diventi il letto di una specie di maxi Amenano all’aperto, è cosa documentata e fotografata da quando ancora in pochi in città avevano il televisore in casa. Che con la pioggia la zona della pescheria e di villa Pacini diventi un serbatoio naturale è cosa che avviene da quando lì non esiste più la spiaggia. Che di pioggia a Catania si può morire lo sanno pure gli spettatori di Mi manda Raitre quando chiese conto al sindaco Scapagnini della morte per annegamento nella salita di via Galermo della studentessa 21enne Annalisa Bongiovanni avvenuta il 15 ottobre 2003. E altre morti analoghe abbiamo avuto nel 1997, nel 1995 e nel 1985…
    In tutti questi decenni cosa si è fatto perché anche Catania fosse una città dove banalmente l’acqua piovana viene smaltita nelle caditoie? Cosa si è fatto per impedire che si esagerasse con la cementificazione? Cosa si è fatto per correggere le pendenze stradali che trasformano per esempio il villaggio di Santa Maria Goretti in una specie di Amsterdam non richiesta e certe strade in navigli, quasi a prendere alla lettera che Catania si pretende la Milano del Sud? I cicloni saranno pure una novità prodotti dall’inquinamento scellerato, ma questa città, la decima d’Italia, ha dei problemi storici persino con la pioggia da allerta verde.

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